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Testi a cura di don Giovanni Cereti*

    Archivio Vangeli

XXII Domenica del tempo ordinario
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XXIV Domenica del tempo ordinario

 Vangeli della Domenica

 

19 settembre 2021

XXV Domenica del tempo ordinario
(Anno B)

Dal vangelo secondo Marco (9,30-37)

 
 
Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: “Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà”. Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni.
Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo lungo la via?”. Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”.
E, preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”.

COMMENTO
La contesa intorno a chi debba essere ‘il più grande’, il discorso cioè che facevano i discepoli lungo la via seguendo Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme, è una contesa che accompagna la storia dell’umanità dalle sue origini sino ai nostri giorni, e resta come sappiamo di piena attualità anche oggi.
I discepoli erano infatti ancora legati, nonostante gli insegnamenti di Gesù, a una concezione del Messia come di colui che doveva venire a instaurare un regno terreno, nel quale i Dodici volevano potersi assicurare i primi posti. Di fronte a questa continuata incomprensione della sua figura messianica, Gesù torna con pazienza a istruire i suoi apostoli, con un messaggio e con un gesto simbolico.
Il messaggio è quello che egli ripeterà tante volte, fino alla parabola della lavanda dei piedi. Fra i discepoli del Signore chi vuol essere il primo deve farsi l’ultimo di tutti e il servo di tutti, a imitazione dello stesso Signore Gesù che non è venuto per essere servito ma per servire e per dare la sua vita per la salvezza di tutti. La figura di Cristo Servo, in cui si realizza pienamente il misterioso personaggio del Servo sofferente di Isaia, è una immagine che pervade tutti gli evangeli, anche se attende ancora di essere onorata da una festa liturgica. Cristo Servo, Maria Serva del Signore, la Chiesa Serva degli uomini: questa tematica che illuminava la vita della chiesa negli anni Sessanta non si vorrebbe venisse dimenticata oggi.
Il gesto simbolico compiuto da Gesù è quello di chiamare a sé un bambino e di porlo nel mezzo. “E abbracciandolo disse loro: chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Questo gesto da solo comporta diversi insegnamenti. Nel mondo ebraico dell’epoca, come in molte culture dell’antichità ma anche in molte culture sopravvissute sino ad oggi, il bambino sembra non avesse un grande valore: il forte tasso di natalità e l’elevata mortalità infantile distoglieva dall’affezionarsi troppo ai bambini e dal dare ad essi molta importanza; essi costituivano soprattutto una speranza per l’avvenire, una promessa dell’uomo adulto che sarebbero potuti diventare. Nello stesso tempo, come sa chi ha vissuto in Africa per qualche anno, in queste culture sono soprattutto i bambini che sono capaci di andare incontro ai visitatori senza diffidenza e di fare festa con semplicità a tutti. Il capovolgimento operato dal Signore Gesù, tenendo conto anche di altri contesti, è proprio quello di portare ad esempio i bambini, per la semplicità con cui sanno vivere in mezzo agli altri, senza calcoli personali di ambizione e di potere, accogliendo tutti e pronti a condividere con tutti.
In questi bambini, come in tutti i piccoli e gli ultimi, Gesù ha voluto identificarsi: anche in essi c’è l’immagine di Dio, anch’essi sono figli di Dio. La vera grandezza sta nel saper accogliere i più piccoli, i più trascurati, i più disprezzati di questo mondo, sapendo che accogliere e servire i piccoli e quelli che non contano è accogliere e servire Dio stesso.
Proprio il prossimo 11 ottobre viene celebrata la festa di papa Giovanni, proclamato santo nella chiesa cattolica. In lui possiamo vedere un uomo che ha saputo conservare per tutta la vita un animo fiducioso di fanciullo, aperto all’accoglienza festosa degli altri, e che ha saputo farsi servo di tutti. Proprio perché non ha voluto essere grande agli occhi del mondo ma ha saputo conservare questo cuore di fanciullo capace di accogliere, di amare e di comprendere gli altri, egli ha potuto essere riconosciuto come forse il più grande fra tutti coloro (i papi) che nel corso della storia hanno voluto farsi chiamare ‘servi dei servi di Dio’.
 

Il Signore sostiene la mia vita
Dio, per il tuo nome salvami,
per la tua potenza rendimi giustizia.
Dio, ascolta la mia preghiera,
porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
(Salmo 53)


 

 

 

 

* Biografia - Giovanni Cereti, dottore in giurisprudenza (Università  di Genova) e in teologia (Pontificia Università  Gregoriana), è docente di Teologia Ecumenica a Venezia presso l'Istituto di Studi Ecumenici e a Roma presso la Pontificia Facoltà  Teologica Marianum e l'ISSR Mater Ecclesiae dell'Angelicum, ed è Rettore della chiesa di San Giovanni Battista dei Genovesi in Trastevere. Nel 1976 ha fondato la Fraternità  degli Anawim e nel 1980 la sezione italiana della World Conference of Religions for Peace.