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Testi a cura di mons. Giuseppe Baldanza*

    Archivio Vangeli

Solennità di Tutti i Santi
XXXII Domenica del tempo ordinario
XXXIII Domenica del tempo ordinario

 

 Vangeli della Domenica

 

22 novembre 2020

XXXIV Domenica del tempo ordinario
Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo
(Anno A)

Dal vangelo secondo Matteo (25,31-46)

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: ”Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra.
Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti?
Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

RIFLESSIONE
L’odierna pagina del Vangelo ci descrive, mediante la rappresentazione del re che separa come un pastore le pecore dai capri, la venuta di Gesù quale giudice di tutti gli uomini. E’ la scena del giudizio finale, la quale si impone per la sua drammaticità. Si apre con l’apparizione gloriosa del giudice. Egli con il suo trono è avvolto dall’aureola propria di Dio, la gloria. Il seggio esprime la sua attività di giudice. E’ attorniato dai suoi angeli, i quali costituiscono la sua corte. La loro funzione è quella di assisterlo nel giudizio che egli si predispone a compiere. Il giudizio inizia con la convocazione di tutti i popoli. Ciò che impressiona è la contrapposizione dei due gruppi in cui si dividono gli uomini. Questa separazione determina il loro destino. Per quelli che stanno alla destra del trono si dà benedizione: “venite benedetti”; per quelli che stanno alla sua sinistra maledizione: “andate via da me, maledetti”. Il giudizio verte sulle opere di amore verso i bisognosi. Ma ciò che caratterizza la loro effettuazione o meno è l’identificazione con Cristo, la relazione con Lui. Quello che è fatto ai fratelli più piccoli è fatto a Lui.
Questa identificazione si spiega anzitutto con la solidarietà di Cristo con i bisognosi. Egli è stato povero, oppresso, respinto, conculcato. Si comprende poi perché dove c’è miseria, ingiustizia c’è anche una situazione di peccato. E Gesù è venuto nel mondo per togliere il peccato (cf Gv 1,29).
Pertanto l’esame finale, il criterio decisivo della salvezza o della rovina eterna per tutti gli uomini non verte solamente sulla manifestazione o meno di amore verso i bisognosi, ma anche sul suo valore cristologico. Coloro che sono rimasti indifferenti ai bisogni dei più piccoli hanno reso un oltraggio a Cristo stesso.
Il giusto giudice glorioso ha il volto dell’ammalato, del carcerato, dell’affamato, dell’assetato, dell’ignudo, dello straniero.
E’ un insegnamento che interpella la nostra fede in Cristo prima che la nostra carità.
In questa prospettiva si può comprendere anche che l’accettazione di Cristo significa riconoscimento della dignità dell’uomo, della sua dignità impressa nel cuore e nel corpo di ogni fratello.

Con la Festa di Cristo re dell’universo si chiude l’anno liturgico. La festa fu istituita da Papa Pio XI alla fine dell’anno santo del 1925. Essa però è antica perché risale a Cristo stesso. Egli, interrogato da Pilato, si proclamò re (Gv 18,37), precisando che il suo regno non è di questo mondo.
La regalità di Cristo ha il suo punto culminante sulla croce; là si dà la più alta espressione del suo amore salvifico per tutti gli uomini. La sua è la regalità dell’amore, che si dona totalmente ed a tutti.
Ma affermare la regalità di Cristo significa allo stesso tempo proclamare la “regalità” di tutti gli uomini che Egli ha salvato ed ha costituito figli di Dio. Proprio per questo più l’uomo accetta Cristo nel suo cuore, più sarà capace di amare tutti, anche i più bisognosi. Proprio per questo più la società riconosce la regalità di Cristo, più in essa sarà proclamata e difesa la dignità dell’uomo.

Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare.
Ad acque tranquille mi conduce.
(Salmo 22)


 

 

 
 
   
  * Biografia - Mons. Giuseppe Baldanza (1931-2018) ha svolto la sua più rilevante attività pastorale presso la S. Sede e precisamente in seno alla Congregazione per l’Educazione Cattolica, nella quale ha ricoperto anche l’ufficio di Sottosegretario. A tale attività ha affiancato quella accademica. Per quasi un ventennio ha insegnato nella Facoltà Teologica del Pontificio Ateneo Anselmiano. Baldanza vanta diverse pubblicazioni e contributi su Riviste scientifiche.